Mi sembra rilevante trattare di cosa successa in Emilia Romagna recentemente a causa di alcuni procedimenti a carico di gruppi che hanno svolto attività sociali con minori sotto i 3 anni e che sono arrivati a sentenze (mancate) da parte degli organi della giustizia amministrativa.
Non parlerò dei procedimenti legali nello specifico perché riguardano fatti rintracciabili e, a cercarli, abbastanza chiari nel loro svolgimento, mentre vorrei invece commentare le conclusioni alle quali si è giunti e che, in realtà, sono la conseguenza dell’introduzione in regione del DGR 1564/2017, un semplice decreto che ha generato un quadro normativo neanche troppo preciso sul quale però ci si è basati, a partire dalla sua introduzione, per inibire e punire – è proprio il caso di dirlo – tutte le iniziative diverse dai servizi.
Sottolineo da subito che, nei confronti di giustizia amministrativa, in questa come in altre regioni, mi capita molto frequentemente – per non dire sempre – di trovare pubblici ufficiali che non distinguono i servizi dalle attività sociali e che, per questo banale dato di partenza, riconducono alle norme che conoscono tutto quello che ricorda loro anche vagamente il servizio che più si avvicina a quanto incontrano.
Le normali attività sociali sono quei fatti della vita quotidiana dove le persone, i cittadini in genere, hanno facoltà di agire senza dover prendere impegni di tipo amministrativo, commerciale, legale che producono ulteriori responsabilità e gravami. E’ qui, nell’ambito delle normali attività sociali, che si trova veramente la nostra libertà ed è questo il vero campo di battaglia dove infuria la guerra dei diritti civili, guerra che viene combattuta da fazioni che nemmeno si rendono conto di quale sia la posta in gioco e che viene condotta a volte da soggetti che non comprendono quale sia la posizione che possono occupare e che passa facilmente come qualcosa di non rilevante e di sostanzialmente poco importante per il cittadino medio: e allora perché agitarsi tanto? Il COVID ci ha insegnato che si può normalizzare tutto con la giusta dose di spiegazione tranquillizzante e, adesso che si intravede l’arrivo dell’aviaria, ci si prepara allo stesso scenario, già ipotizzando chi sarà costretto a vaccinarsi – e ci sono già i vaccini pronti -, tanto si è visto che si può indurre tutti ad un unico comportamento anche con ampi margini di incertezza e insicurezza e producendo tanta sofferenza di cui nessuno può veramente essere ritenuto responsabile e, in fondo, con il tacito consenso di tutti, sì, quello debole in cui nessuno parla e tutto diventa omertoso ma tanto si va avanti lo stesso e da qualche parte si arriverà e poi, nel solito immaginario collettivo, i torti verranno raddrizzati dagli organi competenti, come nel caso Tortora, Ustica, la mafia, la sanità lombarda, gli scandali della magistratura che, nonostante i fatti alla luce del sole, possono portare avanti le proprie attività praticamente indisturbati.
Le attività sociali di cui parliamo riguardano una massa di azioni semplici che possiamo portare avanti senza caricarci di pesi inutili ma che stanno diventando oggetto di attività limitativa legale grazie all’introduzione di norme nuove che non aggiungono senso pratico e forza alla collettività ma si limitano ad attaccare quei comportamenti che sembrano essere socialmente indesiderabili, senza spiegare nulla dei motivi per cui lo sarebbero, altrimenti dovrebbero argomentare in modo mirabile, cosa che non è nelle loro possibilità, ma arrivando a sanzionare tali comportamenti in modo da inibirli completamente e armando il braccio della giustizia amministrativa con modalità chiaramente repressive dove soprattutto manca la facoltà di appello e di spiegazione.
In Emilia Romagna, si sono praticate fin da subito tutte le misure repressive possibili per ridurre il numero delle famiglie che, per paura di far danno ai propri figli, hanno rifiutato, in tutto o in parte, le vaccinazioni imposte per legge. Non entro nelle questioni di quello che il gergo giornalistico ha bollato semplicemente come “no vax”, lasciando chiaramente intendere che, dietro a questo comportamento, esista tutta una parte di ignoranza, incapacità culturale, antisocialità, antipatia che ha reso queste famiglie degne di persecuzioni pratiche e morali di ogni tipo, senza eccedere, si capisce, siamo sempre nell’urbanità, stando alle intenzioni, ma facendo sentire gli interessati chiaramente cittadini di serie B, particolarmente indegni di stare con gli altri.
L’altro effetto – voluto o non voluto, poco importa – di questo modo di trattare la socialità, di cui la quaestio no vax fa parte, è che tutto si complica terribilmente perché quella che io chiamo “l’asfaltatura normativa” cioè l’adeguamento a norma di tutto quello che esiste ed esisterà nella vita civile, produce il fatto di dover limitare i comportamenti a quelli descritti – quando non prescritti – con pura e semplice riduzione della nostra espressione sociale ai termini consentiti che non sono né generosi né comprensivi e tanto meno capaci di trattare tutte le possibilità di cui saremmo naturalmente dotati.
Se può sembrare che io stia esagerando, basta osservare la fatica che facciamo con l’adeguamento digitale: senza uno smartphone e le necessarie informazioni, non si possono più prenotare visite presso gli uffici pubblici, gli ospedali, vedere l’andamento scolastico dei nostri figli e interagire con la scuola, addirittura pagare le gite scolastiche, capire cosa sta succedendo con le nostre bollette, assicurazioni, conti correnti, tasse. Addirittura prendere il treno e fare il biglietto è diventato complicato. Certo, basta un clic, ma che succede quando il cellulare non c’è perché si perde o banalmente cessa di funzionare? Certo, si continua ad esistere ma il fatto sembra non interessare più a nessuno!
Bene, per tornare a quanto capitato in Emilia Romagna, l’introduzione di questa norma che riporto per intero nella sua brevità:
(…) Le iniziative di conciliazione, autonomamente attivate dalle famiglie e che si svolgono presso l’abitazione dei bambini da 3 – 36 mesi, pur non essendo soggette ad alcun tipo di autorizzazione, possono essere collegate al sistema dei servizi. Per salvaguardarne la natura privata e la scelta di tipo domestico, occorre che tali iniziative di conciliazione siano rivolte ad un numero limitato di bambini (massimo 3) e che la casa nella quale si svolge l’attività sia quella di uno dei bambini accolti. In tal modo viene quindi salvaguardata la natura familiare della scelta, totalmente demandata alla famiglia, libera di avvalersi di persona di fiducia (…)
ha prodotto il sorprendente risultato che tutte le attività con minori sotto i 3 anni sono da ricondurre ad una delle possibilità di servizi consentiti dalle leggi regionali.
Le iniziative di conciliazione sono quelle che le famiglie svolgono nella vita quotidiana coinvolgendo, oltre ai parenti, vicini, amici, babysitter e collaboratori domestici vari.
La norma è scritta in modo tale per cui, se si rimane alle parole usate, riguarderebbe solo chi svolge queste attività nel modo descritto cioè solo per massimo 3 bambini e solo presso la casa di uno di questi e invece tanti comuni e pubblici ufficiali concludono che queste sono le uniche possibilità di gestione dei minori sotto i 36 mesi nelle attività sociali e il resto ricade necessariamente nei servizi descritti, pena una sanzione da 2 a 10mila euro con tutta la parte di pubblica infamia, giornali che dichiarano i colpevoli “asilo no vax” e varie forme di insistenza sull’immoralità dell’agito, tipo anatema pubblico. Il dato rilevante per cui questa curiosa interpretazione – e conseguente limitazione – avvenga solo in Emilia Romagna e da nessun’altra parte, unitamente al fatto che si rende la vita dei bambini senza stimoli diversi da quelli che sono già stati previsti, non sembra produrre nessuna ipotesi di ridiscussione della norma. Sono tutti d’accordo e contro quei pochi che ancora si azzardano a provarci viene semplicemente messa in moto la macchina della pratica legale che ormai è stata corroborata da sentenze decisamente parziali ma più che sufficienti per dissuadere.
Viene da chiedersi che cosa preoccupi così tanto l’amministrazione regionale e che cosa si pensa di trovare in questi contesti: un pauroso luogo di inammissibile indecenza che produce mostruosità contro minori? Un covo di famiglie che, non avendo vaccinato in tutto o in parte i propri figli, potrebbe diventare un focolaio di malattie infantili che assurgerebbe a livelli epidemici? Un ambito di immoralità che sfugge al controllo di quegli organi che si occupano di minori? Questo apre necessariamente ad altre domande.
Perché famiglie del tutto normali quanto a funzionamento sociale sono ritenute incapaci di scegliere per i propri figli? Perché si è definito un contesto nel quale solo gli esperti possono veramente intervenire anche quando si tratta di funzioni deputate naturalmente alla famiglia o ai singoli? Quando faccio queste domande ai singoli pubblici ufficiali con i quali mi trovo a trattare, non ottengo risposta – e come potrebbero? – e solo raramente mi succede di incontrare affermazioni che sono tutto un programma del tipo “le famiglie possono sbagliare o addirittura non essere in grado di scegliere”.
Questa è la vera spina da togliere: l’idea che il cittadino, lasciato libero, diventi un soggetto incontrollabile e quindi potenzialmente pericoloso. Non ci lasciano e non ci lasceranno mai stare perché l’idea di ricondurre tutto a pochi utili comportamenti è troppo seduttiva e la digitalizzazione va completamente in questa direzione. Fra poco sarà un software ad applicarci le norme e non ci sarà più bisogno di discutere, tanto tutti i casi ammissibili saranno solo quelli comprovati a partire dal giorno dell’emissione di una norma adeguata. Tutto filerà liscio come in una scacchiera dove le regole saranno poche, sotto gli occhi di tutti, ritenute adeguate a trattare tutto ma in una società con 64 possibilità di manovra, esattamente il numero delle caselle di una scacchiera, sì, perché qualunque scacchiera ha e avrà sempre un numero limitato di opzioni e in numero ulteriormente ridotto, se sarà una macchina a “decidere”.
Mentre noi votiamo convinti di poter influire tangibilmente sulla nostra realtà e ci agitiamo contro le cose che ci fanno indignare, quello che modella il nostro quotidiano è un meccanismo cieco e non veramente pensato per noi che semplicemente riduce spazio e intende riportare ogni comportamento a norma descritta.
Comprendo che tutto questo potrebbe creare rabbia, frustrazione per la sofferenza sociale che produce e io ne incontro ogni giorno tanta ma il motivo per cui scrivo non è quello di armare la mente o – peggio – il braccio di qualcuno contro questo meccanismo che, in fondo, è solo il risultato di due secoli di pensiero positivo applicato alla legalità ma quello di cominciare a promuovere comportamenti veramente efficaci per liberare l’espressione civile e renderla cosciente.
Molti pensano che per ottenere libertà sia necessario lottare e che il vero diritto si affermi solo al prezzo della pressione che si può esercitare grazie a fatti diretti e vie brevi, conducendo i decisori pubblici ad un bivio in cui proseguire con scelte non popolari potrebbe diventare pericoloso: io invece sono per il coinvolgerli in una frequenza nella quale i fatti diventano ben descritti e chiariti in modo che decidere diventi veramente un’azione, dove l’atto di decidere assumersi tutte le responsabilità che è proprio quanto non è in loro potere per gli aspetti legali che questo produce e per quell’etica che è universale e che non può essere trascurata a meno di grandi ambiguità e sofferenze.
Gli organi della giustizia amministrativa che ho avuto modo di conoscere non distinguono questi fatti perché non c’è giurisprudenza pregressa e si muovono su di un terreno dove si attengono a quanto è dato loro capire, spesso in quantità del tutto insufficiente per mancanza di informazioni utili o di rappresentazioni adeguate. Per queste ragioni e per l’ingessatura cui ci si è assuefatti nella convinzione che questo sia il modo migliore per decidere, si giunge a conclusioni del tutto inadatte a trattare le situazioni sociali e, quando la ragione si ribella e la coscienza viene travolta, si solleva la bandiera del tecnicismo: noi, comuni cittadini, non possiamo capire veramente perché non siamo stati iniziati a quelle tecniche e quindi quella che a noi pare banalmente un’ingiustizia è semplicemente il risultato di una tecnica del tutto adeguata la cui finezza, in forma e sostanza, ci sfugge e che nessuno è tenuto nemmeno a spiegarci.
Invece è proprio alla luce della coscienza che dobbiamo decidere, e faccio notare che tutto quello che è successo nel contesto COVID è derivato dall’aver sollevato la coscienza di chi ha agito per tutti, frazionando tutte le responsabilità in aree di competenza in cui chi ha deciso, ha potuto dire di averlo fatto soltanto limitatamente ad un pezzetto in cui non poteva opporre nessuna obiezione possibile alla luce delle leggi precedenti. Praticamente lo stesso meccanismo descritto dalla Arendt nella “Banalità del male” in versione riveduta e corretta: la gente si è fatta meccanismo pensando di essere parte del tutto passiva e invece era decisamente attiva al prezzo di tacitare la propria coscienza morale e civile.
Penso che il vero passo da fare sia non stare a guardare in attesa di tempi migliori ma andare presso gli uffici legali che discutono del diritto non nei tribunali ma nelle valutazioni oggettive precedenti e sostanziali per l’opera da svolgere presso i tribunali e chiedere loro cosa pensano di tutto questo e portare alla loro attenzione cosa sta capitando e cosa c’è veramente in gioco. Non credo che il Tribunale dei Minori, la Corte dei Conti, etc potranno dire tanto facilmente che questo è corretto perché dovrebbero spiegare e questo sarebbe l’appiglio cui anche noi che chiediamo libertà potremmo utilmente usare. Oggi, per le nuove riforme, vale anche non rispondere e anche questi organi possono avvalersi della facoltà di non rispondere: cosa che dimostra però ancora una volta che il re è nudo e che bisogna continuare a cercare dove far valere la libertà.
Non è più il momento di resistere ma di esistere con tutta la forza che questo produce, si badi bene, non contro gli altri o qualcuno in particolare, ma nell’interesse di tutti e senza cecità missionaria, con la semplicità tipica della naturalezza dell’esistere consapevolmente.







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