Cosa succede il 6 agosto?

Cosa succede il 6 agosto?

Una delle cose più incredibili del nostro Paese è che i cambiamenti, quelli veri, avvengono in agosto, mese dedicato per lo più alla gestione dell’afa e delle vacanze. C’è chi pensa che sia dovuto al fatto che così i cittadini non hanno modo di reagire e si trovano un cambiamento servito di tutto punto al ripristino della vita civile nella seconda data capitale dell’anno sociale collettivo ovvero il 1° settembre, quella alla quale, bene o male, ancora in vacanza o meno, ci si deve rendere conto che si ricomincia.

Io propendo invece per una spiegazione più pratica, senza negare che il meccanismo descritto è stato ed è operativo in diversi casi: credo che banalmente il trascinarsi degli eventi per la lentezza nel decidere e per la semplice distrazione o la mancata concertazione delle e fra le tante parti in gioco produca un rallentamento generale che trova sfogo nel momento dell’anno più scarico di attività.

Il 6 agosto arriva la scadenza di iscrizione all’Albo dei Pedagogisti e degli Educatori Professionali, creando uno spartiacque legale per cui ci sarà un dentro e un fuori che non sembra ammettere deroghe o corsie di rientro, non almeno per il momento.

Il cambiamento nel comparto è rivoluzionario: dopo, senza iscrizione, non si potrà/potrebbe più lavorare come pedagogista e come educatore professionale, con effetto, se ben comprendo, a partire da subito.

Perché questa data? Perché la legge che ha istituito l’Ordine con l’Albo, la 55/2024, in vigore dall’8 maggio ha dato 90 giorni di tempo agli organi competenti per istituire il tutto e la stragrande maggioranza dei Tribunali ha mantenuto la data prevista: poche regioni non si sono ancora espresse e una ha spostato al 2 ottobre il termine di iscrizione.

In diversi mi scrivono preoccupati sul da farsi soprattutto in relazione ai nostri progetti di educazione ed istruzione parentale: posso dire che la legge riguarda gli ambiti dei servizi educativi e delle attività socio-pedagogiche. I nostri progetti non prevedono formalmente educatori o pedagogisti anche se possiamo richiedere la loro partecipazione e questi, se vorranno ancora dichiararsi tali, nello svolgimento del lavoro autonomo, dovranno necessariamente presentarsi come iscritti all’Albo.

La legge, comunque, si riferisce ad un contesto specifico che richiedeva sistemazione da lunghi anni e, con l’arrivo delle lauree specialistiche, sarebbe successo, prima o poi, che si creasse uno sbarramento, come è capitato per tutte le professioni riconosciute.

L’esigenza di rispettare le professionalità sicuramente esiste e anche quella di definire meglio gli interventi ma io personalmente non credo che la rigidità legale sia il mezzo. Anzi, maggiore è la rigidità, maggiore dovrebbe essere il sospetto che la tutela degli interessi sia di parte e non collettiva.

La legge 55, poi, si presenta molto scarna, 13 articoli appena, con vasti interrogativi che verranno riempiti, immagino, in futuro ma che non offrono una visuale completa dei ragionamenti svolti. Tanti professionisti sono felici di questo cambiamento e ho avuto modo di notare che si sentono protetti dalla presenza di un Ente di rappresentanza e questo può essere vero, soprattutto nei confronti dello Stato e di altri soggetti.

La storia però di queste professioni è costellata di tentativi di blindatura che si sono espressi con leggi regionali estremamente limitanti e di difficile attuazione e il mio pensiero va alle persone che, pur non avendo titoli, lavorano da lunghi anni nelle cooperative o in altri enti di servizio che gestiscono appalti pubblici o lavorano con privati e che, per la mancanza dei titoli previsti, si troveranno nell’impossibilità formale di poter andare avanti nell’arco di un mese.

Non ho mai capito perché il legislatore non si ponga questi problemi e come mai si pregi di imporre limitazioni alla libertà civile senza valutare i costi sociali delle scelte: la dura lex per me è solo la misura dell’incapacità della catena di comando. Non accuso nessuno perché in tanti – per non dire troppi – sono affezionati all’idea che essere messi a posto legalmente sia qualcosa di cui andare fieri perché si scambia la rigidità per forza e la coercizione con potere. Io lavoro per una società libera e mi piacciono le persone che pensano con qualità alle altre persone, che agiscono per loro curandosi di non rovinare le vite degli altri sotto nessun aspetto. Credo che la democrazia sia il meglio di tutti e non solo il voto della maggioranza perché così si tradisce lo sviluppo sociale e tante brutte storie possono avvenire, come è successo troppe volte nel nostro Paese e in altri.

Nella scelta di costruire un Albo non vedo nulla di anomalo ma questo Albo nasce sotto il segno della difesa degli interessi e non della maturazione di un pensiero collettivo: sotto i termini impiegati si è arrivati a dire che l’educazione e la pedagogia sono ambiti scientifici e che in quanto tali possono essere esercitati solo da chi ha fatto gli adeguati percorsi. Per l’utilizzo che facciamo oggi della parola “scienza” possiamo già capire che non ci sarà concessa deviazione e che si creerà un’ortodossia più qualcos’altro che non avrà spazio perché questa è l’epoca in cui la selezione culturale si è fatta più rigida in assoluto. L’educazione diventa tecnica e chi non è tecnico non può educare: stiamo vivendo da molto tempo il ridimensionamento del ruolo tradizionale della famiglia e dei genitori in ambito educativo ma nemmeno credo che si dovrebbe lasciare tutto all’improvvisazione. Quello che non mi sembra adeguato – e in nessun ambito – è la blindatura ovvero la predisposizione di un apparato che, invece di presentare e promuovere ciò che è desiderabile, si preoccupa di accaparrarsi tutto lo spazio per impedire che altri possano esprimersi senza il consenso di quel tal apparato. Come la gilda medioevale.

La burocrazia, termine coniato da un economista francese del settecento in senso spregiativo, ci ha abituato ad un potere che non richiede né logica né consenso ma semplicemente adeguamento e che si auto-assolve perché non si vede come si potrebbe diversamente dirigere la vita pubblica.

Il problema non è l’istituzione di percorsi legali di riconoscimento e di funzionamento per le pratiche di interesse comune ma la costituzione di un solo canale, con una sola modalità di funzionamento e senza prevedere l’accoglienza delle diversità, con addirittura la presunzione di aver capito sufficientemente tutto da poter accettare le esclusioni e le sofferenze come esternalità di poco conto, da risolvere eventualmente con altri mezzi, magari nei tribunali e con le tasche dei contribuenti.

A questo si aggiunge l’altro problema: quello di voler incasellare ogni ambito sociale riordinandolo senza curarsi dei pezzi che restano fuori e che sarebbero quanto meno altrettanti segnali cui prestare la dovuta attenzione.

Io non intendo dare voce alla riflessione pessimistica e al pensiero debole, quello che, limitato alla diagnosi infausta, non produce cambiamento, ma vorrei mettere una bandierina per il percorso da fare ancora insieme. Ogni ingiustizia è una bandierina come lo è ogni scelta incoerente con un progetto migliorativo che richiede più maturità e consapevolezza: la bandierina ci dice che di là non si deve andare e si deposita così nella coscienza collettiva un percorso più adeguato che si forma per conseguenza delle segnalazioni. Forse ci vorranno anni, forse non tutti avranno modo di coglierne i frutti ma stiamo realmente crescendo grazie al percorso che si forma naturalmente in conseguenza anche delle scelte sbagliate e non vedo lontano il momento in cui tutto questo emergerà in modo più cosciente. Arriverà il momento in cui invece di mettere le bandierine con i divieti di accesso per evitare i danni da esclusione metteremo le bandierine che daranno accesso a tutti, proprio tutti.

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Francesco Bernabei

Francesco Bernabei si occupa di sviluppo sociale con lo specifico scopo di avviare e partecipare a processi per la prima ideazione e la promozione di idee, pratiche e percorsi di interesse collettivo. In passato ha collaborato a processi che hanno riguardato l’obiezione di coscienza e il servizio civile, la finanza etica, l’economia, l’europeismo, la responsabilità d’impresa. Attualmente è impegnato nel contesto dell’educazione e dell’istruzione parentale, del diritto naturale e delle pratiche per il migliore utilizzo delle risorse ambientali.

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