Il fascino discreto del bullismo

Uno dei motivi per cui scegliamo l’istruzione parentale è sicuramente l’evitamento delle dinamiche antisociali che si instaurano fra i ragazzi quando gli ambienti che frequentano sono troppo affollati o gli adulti che sono per loro di riferimento non si curano adeguatamente di queste dinamiche. Eh già, bisogna prestare attenzione anche a questo e non lasciare che i ragazzi si regolino troppo facilmente fra di loro perché il risultato potrebbe essere non solo inadeguato ma addirittura mostruoso…

Queste dinamiche possono arrivare a toccare note anche da gravi a gravissime e, a quel punto, sollevano l’attenzione degli adulti, prima delle famiglie e dei genitori e poi degli insegnanti. Vorrei dire fin da subito che l’istruzione parentale NON salva da tutto questo e NON è garanzia di affidabilità sempre e comunque: semplicemente i numeri ridotti e la presenza diretta delle famiglie rende i circuiti di contatto e frequentazione più ravvicinati con meno spazio per la distruttività dovuta all’immaturità.

Interessante poi il ruolo che la scuola in genere si ritaglia: prima, di solito, accusa le famiglie di mancanza di educazione e di inadeguato rapporto con i figli e in particolare, come quando si sbaglia nel tango, si dice che sia sempre colpa dell’uomo, qui, nei casi più gravi, è sempre colpa della madre, accusata di mancanza di attaccamento o di eccessivo attaccamento. Poi, davanti all’evidenza delle prove che possono arrivare anche in Procura, saltano fuori responsabilità specifiche ma umanamente comprensibili: nei casi che ho potuto conoscere direttamente, non ho mai trovato responsabilità oggettivamente imputabili o implicazioni gravi a carico degli insegnanti. Niente di tutto questo: semplicemente la distanza che il ruolo impone e letteralmente l’impossibilità di vedere data la lontananza fra il modo di vivere degli adulti e quello tipico dei ragazzi, non consentono di cogliere le dinamiche nella loro pienezza anche perché le vittime se ne vergognano e gli autori degli atti sanno o percepiscono che c’è qualcosa di (molto) sbagliato nei loro comportamenti e non se ne vantano se non davanti ai compagni e sodali.

Insomma è veramente difficile vedere e capire il dramma che tocca i nostri ragazzi che vanno a scuola sempre meno volentieri, fino a quando si rifiutano di farlo, diventano inappetenti o addirittura si rifugiano nel cibo, non dormono o dormono negli orari sbagliati, smettono di studiare e di applicarsi e si presentano svogliati, distratti, irascibili. Ma in cosa consiste questo dramma alla fine? Nel rifiuto generico e aspecifico percepito come totalizzante da parte del gruppo classe o dei pari che per motivi non chiari(ti) decidono che quella persona non è gradita e che tutto quello che fa è sbagliato, stupido, inadeguato socialmente, ridicolo e peggio va quando fisicamente si rientra nel ruolo per magrezza, “grassezza”, altezza, bassezza, difetti fisici, vestiti, appartenenza familiare e altro.

Perché succede davvero? Nessuno dei diretti e degli indiretti interessati lo sa e, forse, nemmeno troppo gli specialisti che arrivano ad essere coinvolti solo quando le cose sono andate troppo avanti da diventare dure e scoperte e, solo a quel punto, indagabili ma al di là delle motivazioni iniziali.

Se mi è permesso di esprimere un’opinione, senza pretesa di aver colto tutto il quadro, a me sembra che tra gli ingredienti che rientrano nella dinamica genericamente intesa ce ne siano almeno due ai quali non si dà adeguata attenzione e che sono i precisi motivi per cui scrivo.

Il bullo non è un personaggio tipico, non è un ruolo che deve essere assunto per forza da qualcuno nei gruppi umani in evoluzione, ma si manifesta quando un carattere esuberante avverte la necessità di avere più spazio degli altri senza poter richiamare questa attenzione tramite capacità lecite perché non risulta essere così studioso, sportivo, bello, approvato socialmente. Ai tempi andati, magari i nostri, di quando eravamo ragazzi, era tipicamente quello più piazzato a livello fisico o il/la belloccio/a che sentiva di avere una marcia in più per attribuirsi un po’ più di spazio, ma la dinamica si consumava rapidamente con l’equilibrio di forze che opponevano qualcosa o qualcuno a chi cercava di saltare il livello dell’aggiudicazione sociale in modo amorale.

Invece, oggi che la morale è una specie di vestito che è stato ritirato in cantina o in soffitta e che sa di stantio e di completamente inadeguato ogni volta che lo si indossa, nei gruppi si avverte che è ingiusto agire in un certo modo ma non si capisce perché. Perché chi ha la forza non dovrebbe usarla e agirla a proprio vantaggio? Perché chi è bello non dovrebbe far sentire inferiori gli altri come impone il famoso “pretty privilege”? Perché chi è capace di studiare e ha capacità cognitive superiori alla media, oltre a dedicarsi a se stesso per eccellere, dovrebbe perdere tempo con gli altri per non lasciarli indietro al loro destino di mediocri? Non si viene valutati in base al merito? Allora che c’è di male a dire che uno merita di più e altri di meno, se non addirittura nulla?

Già, ma la scuola, come la società, è di tutti e per tutti e non ci può essere nessuno condannato o condannabile allo zero o alla non partecipazione, finendo escluso: questo lo dice la legge e, prima ancora, il buon senso, il buon cuore, il ben vivere, il gradito esistere, il principio di umanità che deve essere coltivato da tutti almeno quanto, se non di più dell’intelligenza formale, altrimenti si diventa incapaci di stare con gli altri e si perde la possibilità di condividere la bellezza e la capacità nascoste di ogni essere umano. Sì, sarebbe compito di noi adulti aiutare i ragazzi a tirare fuori questa bellezza e intelligenza, sì, soprattutto di chi si occupa di educazione e formazione, ma non abbiamo gli strumenti per farlo davvero perché non li abbiamo ancora selezionati e in parte scoperti.

Ci blocca ancora il fascino che emana da quel carattere esuberante che potrebbe essere adesso certamente uno sgradito bullo ma domani, chissà, un ottimo capo, un fondamentale leader, un soggetto in grado di imporsi quando serve nei tavoli di lavoro, nei tribunali, nei parlamenti, nei conflitti. Ci serve qualcuno che in brutto modo faccia il lavoro sporco per noi: per questo scegliamo l’avvocato più cattivo per portare avanti i nostri principi o il politico compromesso che però si presenta duro e irriducibile, il maestro inflessibile che si limita a dettare le istruzioni e a pretendere il risultato, lo chef che ti distrugge dalle fondamenta perché hai cotto male l’abbacchio alla scottadito.

Ci vogliono anche queste persone e questi ruoli: lo pensiamo sottilmente tutti e allora il bullo assume un fascino, un fascino discreto, che non attira approvazione diretta ma nemmeno riprovazione se non quando supera certi limiti e diventa intollerabile.

Dobbiamo riconoscere che non abbiamo, non elaboriamo, non attuiamo metodi cooperativi ma solo competitivi e che la logica è ancora primitiva e, in certi casi, rozza: il vincitore è uno e si porta via il banco perché ha diritto al bottino. Quante volte capita di vedere a scuola che il migliore della classe è il freddo calcolatore che ha capito che è solo quello che si vuole da lui e che, se deflette un minimo dal rendimento, diventa riprovevole e non più “lui”? Non sono bastati i nostri letterati, poeti, artisti, educatori, liberi pensatori a rendere evidente che non è nell’efficienza che va trovato il fiore dell’umanità ma nella piena coscienza di mente e cuore.

Quante volte si sente dire che, se si è “troppo buoni” si sbaglia e che è necessario tirare fuori i denti e gli artigli quando serve, che una scorza la devono avere tutti e che, senza, non si potrà nemmeno sopravvivere.

Allora noi che ci occupiamo di educazione a qualsiasi livello, noi che facciamo professione di nonviolenza, che cerchiamo e ci sforziamo di usare la CNV, che cerchiamo di vivere senza togliere niente agli altri e dando tutto quello che possiamo, che non solo collaboriamo come se fosse la cosa più naturale del mondo ma siamo portati ad interagire con gli altri ingaggiando il meglio per il meglio, noi dobbiamo prendere posizione chiaramente e dimostrare che i primi sono quelli che aspettano gli ultimi e che è proprio questo che li rivela. Chi non lo ha capito e vive ancora diversamente da così, ha solo bisogno di essere atteso.

Lascia un commento

Francesco Bernabei

Francesco Bernabei si occupa di sviluppo sociale con lo specifico scopo di avviare e partecipare a processi per la prima ideazione e la promozione di idee, pratiche e percorsi di interesse collettivo. In passato ha collaborato a processi che hanno riguardato l’obiezione di coscienza e il servizio civile, la finanza etica, l’economia, l’europeismo, la responsabilità d’impresa. Attualmente è impegnato nel contesto dell’educazione e dell’istruzione parentale, del diritto naturale e delle pratiche per il migliore utilizzo delle risorse ambientali.

Contattaci